Elogio alla stanchezza

Quando andavo a dormire da mia nonna, venivo svegliata al mattino presto, finestre spalancate in estate e in inverno, latte caldo e biscotti già preparati sul grande tavolo vicino alla stufa. Facevo le scuole medie, credo. Mia nonna, anche quando non lavorava più, anche quando avrebbe potuto svegliarsi dopo il cantare del gallo, non ha mai perso l’abitudine di alzarsi all’alba. Era cresciuta in campagna. Quella vita l’aveva marchiata a vita. Di mia nonna ho preso l’abitudine di svegliarmi presto, la mattina. Anche nel weekend, anche quando potrei stare sotto le coperte. Mia nonna andava però a letto al tramonto; io no. Abitavamo vicine e ricordo quelle sere d’estate in cui le portavo il gelato che mangiavamo sul balcone. Mi raccomandava di non arrivare tardi, che poi doveva andare a letto. Anche se fuori c’era ancora luce. Non ci sono mai riuscita, non ci riesco nemmeno ora, ad andare a letto ‘presto’, nemmeno quando sono stanca.

Perché non è in fondo ritenuto normale l’essere stanchi e anormale il cedere alla stanchezza? Non ci dicono che della stanchezza bisogna vergognarsi?

Gli uffici pieni di dipendenti che arrancano sotto il peso del ritmo stressante della vita quotidiana. Stanchi. Per le strade, su e giù dal metrò, fermi al semaforo, mentre facciamo la spesa: trasciniamo con noi questa stanchezza che non se ne va, spesso, neanche dopo il riposo, dopo le vacanze al mare, dopo un weekend in un centro benessere a leggere un libro. Però non ce lo diciamo, mai, che siamo stanchi.

Mia nonna sapeva riposarsi. Si riposava. A noi invece ce lo insegnano a scuola, a correre. Le ore di lezione, dalle 8 alle due del pomeriggio quasi senza pause; poi le attività pomeridiane. A tre anni sugli sci; a cinque il pianoforte; a sei il calcio. Poi il ballo, il canto. La scherma. Il computer, anche se quello già lo usiamo da prima di saper parlare. L’università, per molti. La laurea. Il lavoro. Gli amici. Il lavoro. Il calcetto. Il lavoro. Il lavoro. Il lavoro. Il tutto condito con integratori di ogni tipo, yoga, o corsi di filosofia orientale, perché siamo stanchi, ma non possiamo fermarci se vogliamo restare in corsa, giusto?

A meno di non percorrere fino in fondo la via della stanchezza, per ripartire pro questa “stanchezza dagli occhi limpidi”, e con nuova acquisita consapevolezza cominciare a stare meglio. Ne ha parlato lo scritto-pensatore Peter Handke, lo ha riproposto il filosofo Pier Aldo Rovatti (L’Espresso, 15 ottobre 2017). È un invito a smettere di considerare la stanchezza come qualcosa di negativo; è una proposta a lasciarsi avvolgere “nella stanchezza della sospirata e deludente domenica”, perché è in quella stanchezza “che potremmo scoprire una chance per cominciare a stare meglio”, scrive Rovatti nella sua analisi. Lui parla di elogio della stanchezza. Non è dunque forse un elogio alla noia?

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