La memoria e il sarto

Su Skype. “What have you been up to today, then?” Mio marito, da un qualche hotel in un qualche paese sperduto del Giappone, dove si sta svolgendo quella conferenza molto importante, very important, per il suo campo, field, mi chiede com’è andata la giornata.

“Well”, inizio “mi sono alzata prima dei ragazzi, ho preparato la colazione con bla bla bla… Poi ho svegliato il più grande alle 7 per andare a scuola, si è infilato i pantaloni con il bordo blu, sai, quelli che gli piacciono molto, bla bla bla... Alle dieci poi sono passata dalla Migros, non avevamo più pane e olio e bla bla bla…. Per pranzo ho cucinato risotto con zucca ma il piccolo non l’ha voluto mangiare, allora bla bla bla…”

Mi perdo in dettagli e descrizioni. E ancora altri dettagli.

Poi è il turno dei ‘ragazzi’, a salutare il loro daddy e a raccontare la ‘loro’ giornata.

Loro sono brevi e concisi. Saltano un po’ di qua e di là. Senza alcuna cronologia precisa. Ma alla fine nelle loro frasi a volte un po’ confuse c’è tutto quanto di davvero importante è successo oggi. Che il corso di basket è stato emozionante e alla fine è stato dato a tutti in dotazione lo zainetto ufficiale della squadra, anche senza dire che c’erano altri 11 bambini tra l’età di 4 e 5 anni e che lo zainetto è rosso. Che Giulio non voleva mai scendere dall’altalena ma che poi l’alternanza ha presto preso il posto del monopolio dell’oggetto, senza dire che Giulio ha i capelli ricci e folti e sul dorso della manina un tatuaggio a forma di drago.

Non che io non abbia detto a mio marito del corso di basket di nostro figlio maggiore, ad esempio, ma nel mio racconto, che sembra più una telecronaca della giornata, tra orari della sveglia, menù giornaliero, colori delle auto agli incroci e numeri di cani visti per strada, i dettagli sfumano, non si lasciano davvero afferrare.

Allora mi chiedo: quand’è che perdiamo la capacità di selezionare, di scegliere cosa raccontare agli altri, riducendoci invece a fare semplici, spesso noiose, cronache delle storie che viviamo? Con accorta leggerezza, i miei figli sono stati capaci di tagliare dettagli irrilevanti e individuare cosa invece era per loro importante. Loro hanno raccontato la ‘loro’ storia, ovvero la storia della ‘loro’ giornata.

Più in generale: quand’è che ci trasformiamo in pretenziosi cronisti che vogliono fare la cronaca di ‘una’ giornata, di una Storia, nel modo più oggettivo possibile, quasi la Storia fosse un’entità reale?

Su L’Espresso (5 novembre ’17) Mario Perniola paragona il lavoro dello storico a quello di un sarto perché deve (saper) tagliare e procedere all’individualizzazione degli eventi matrice nonché personaggi concettuali. Invece siamo circondati da modelli, si pensi Wikipedia, dove vince non (sempre) la selezione critica ma (purtroppo) il giudizio degli altri, ovvero il giudizio che gli altri danno di colui che scrive.

Ci chiedono fatti, verificati; ci chiedono dati aridi e senza essere imbelliti, possibilmente supportati da prove scientifiche; ci chiedono oggettività e alto grado di attendibilità. Ci chiedono di dimenticarci di parole quali identità e eredità, soggettivismo e memorie.

Quasi giornalmente mio figlio maggiore torna a casa da scuola con un disegno che rappresenta la memoria più importante, per lui, della giornata scolastica passata. “Ce lo fa fare la maestra S.”; io sono grata a questa maestra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...