Un vecchio signore di sinistra

Di recente, e dopo tanti anni, mi sono ritrovata una sera a parlare di politica con mio papà. Si discuteva non tanto dello stato (terminale) di molti partiti politici in Italia, ma sull’importanza, addirittura la necessità, di (ri)tornare a pensare a grandi ideali. Gli occhi di mio papà brillavano mentre ricordava leader, attivisti e persone politiche che hanno cercato di scrivere la via da percorrere, nello specifico la via della sinistra italiana, ma che per me erano soprattutto ‘nomi’ studiati nei libri di storia moderna e contemporanea. A papà criticavo l’idealismo politico, la sua antipatia nel scendere a compromessi, ad accettare soluzioni anche parziali capaci però di stare al passo con un mondo cambiato, diverso, in continuo mutamento. Lui, mio papà, poco condivideva il mio pragmatismo, il mio richiamo all’efficacia; forse si storceva perfino un po’ davanti alla mia ricerca di risposte pratiche, senza troppo esporsi, per far fronte a emergenze concrete del mondo globalizzato.

È stata una bella serata. E sono andata a letto contenta di quello scambio di idee anche se poco convinta di come un ritorno ai valori della Sinistra, quella con la S maiuscola, potesse aiutare alla costruzione del futuro dei miei figli, che vivono in un mondo dove tutto è connesso e interconnesso, dove i popoli si mischiano, alcuni di più altri e di meno, dove il divario tra ricchi e poveri forse continuerà a crescere, l’ambiente a deturparsi. Basta parlare di integrazione, lotta all’emarginazione, accettazione, uguaglianza e rispetto per battere la stereotipizzazione?

C’era una volta un bambino che non voleva mai finire di fare la doccia. La mamma, stanca di richiamarlo di continuo, un giorno gli disse che se lui avesse continuato a usare troppa, tutta, l’acqua, non ce ne sarebbe più stata per gli altri bambini. Soprattutto per quelli poveri.

Passò qualche giorno e il bambino, un po’ inaspettatamente, chiese dove abitassero i bambini poveri. Alla mamma venne in mente una risposta involontariamente ingenua e stereotipica. Disse al figlio il nome di un Paese povero, il primo che le venne in mente.

Ma al bambino non bastava. Chiese di vederlo sulla mappa del mondo, questo Paese. E volle sapere come fossero, i bambini poveri. Forse lui si domandava se fossero contenti, o tristi; che lingua parlassero. Di nuovo la mamma fece un’azione banale, anzi stupida. Fece vedere un’immagine, dal computer, di quel Paese povero, un’immagine che ritraeva anche ‘bimbi poveri’ giocare a piedi nudi sulla terra arida. Il bimbo non disse nulla, dapprima. Poi disse: “Mamma, ‘i’ bimbi poveri che mi hai fatto vedere sono come E. della mia scuola. Anche lui viene da quel Paese?”

No. E. è nato qui. Come la sua mamma, il suo papà e la sua sorellina.

La mamma si sentì triste. Perché lei, che aborra stereotipizzazioni e che desidera integrazione e rispetto, aveva parlato usando stereotipi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...