Farmaci si, ma con moderazione

Qualche tempo fa lei si reca dal suo medico di famiglia. “Buon giorno, dottore. Non sto bene. Ho un forte mal di testa e nausea, mi fa male il collo, sono stanca e mi sembra di essere un po’ sconnessa.” Il dottore, che non l’ha mai vista prima, fa l’anamnesi e richiede una risonanza magnetica al cervello, suggerisce un’ endoscopia per chiarire le ragioni della nausea, propone una visita specialistica dall’otorino-laringoiatra, eventualmente anche dal neurologo. “Non possiamo escludere nessuna patologia seria che solo esami specifici possono rilevare. Faremo anche un prelievo del sangue, signora.” Lei esce dallo studio con un cerotto sul braccio, un appuntamento per la risonanza fissato dopo un giorno e pastiglie antidolorifiche; per gli altri esami decide di aspettare. Quarantotto ore dopo la prima vista dal medico e ventiquattro ore dopo l’esame, lei si reca di nuovo dal medico di famiglia. “Signora, tutto ok. È stato un attacco di cervicale”. Esce dallo studio medico pensando a questa cervicale. Sua nonna le avrebbe detto che s’era presa un ‘colpo d’aria’ bello e buono. Ecco tutto. Si sente sollevata, anche se solo in parte. Pensa ad un altro colpo che l’attende, quello che arriverà quando riceverà il costo della risonanza.

La prescrizione di analisi e controlli diagnostici dettagliati, esami specialistici, diverse terapie e la somministrazione di numerosi medicinali è in crescita. Così ci dice l’esperienza personale. Ce lo confermano i giornali. Della tenenza a medicalizzare tutto, del potere dell’industria farmaceutica, dei pazienti rimpallati da uno studio all’altro se ne è scritto, ad esempio, in modo approfondito e recentemente su L’Espresso (26 novembre 2017), con la testimonianza del farmacologo Silvio Garatti secondo il quale il 50% del 12mila farmaci in vendita sono eliminabili.

Il discorso dell’uso e abuso dei farmaci nel Bel Paese stupisce poco, in verità. E se l’Italia è famosa per essere un popolo di ipocondriaci, anche in Svizzera il consumo delle pillole è in crescita. Si legge su Il Caffè che nel 2016 sono stati spesi oltre 7 miliardi di franchi per l’acquisto di farmaci, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Tra i cantoni che registrano il più marcato aumento della spesa rispetto al 2015 spicca il Ticino, perché è tra i cantoni con il più tasso numero di anziani (e forse la vicinanza all’ipocondriaca Italia un po’ si fa sentire – aggiungo io). D’altra parte, il crescente consumo di farmaci va a braccetto con l’incremento dei costi dei medicinali a carico dell’assicurazione obbligatoria, che dal 2013 sono cresciuti di 964 milioni di franchi in tutta la Svizzera e soprattutto in Ticino. Se da un lato nessuno mette in discussione l’importanza della prevenzione, di esami di routine e controlli regolari dai medici, non si può fare a meno di chiedersi se tutti gli esami e iter di specialisti prescritti siano sempre necessari e utili.

Il 15 settembre a Lugano si è tenuto in simposio dell’iniziativa internazionale Choosing Wisely. Lanciata in Negli Stati Uniti, Choosing Wisely (scegliere saggiamente) è una campagna che si propone come obiettivo quello di promuovere una medicina sobria e cure appropriate nonché di qualità per i pazienti, contenendo l’uso dei medicinali come per esempio gli psicofarmaci che sono consumati da una persona su 5 in Ticino (contro 1 persona su 10 a Zurigo). In luce a questi dati, Luca Gabutti, Professore presso la Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana, ricorda che i medicinali fanno miracoli quando sono indicati, ovvero quando ci sono evidenze di miglioramento e, anche, si mette il paziente in grado di vivere in un ambiente sociale meno sofferente. Altrimenti i costi aumentano e l’istituzione della malattia viene prima dell’istituzione della salute.

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