La politica e l’Ottovolante

Andrai a votare, ancora, questa volta?” Sono seduti ad un tavolo di bar, un po’ in disparte. Lei ha meno della metà degli anni di lui. La guarda. La risposta si fa attendere un poco.

Allora, papà? Ci andrai ai seggi?”

Hai mai visto la locandina di Giovanni Guareschi? Com’è che faceva il suo slogan? O con uno o con l’altro. Lo scontro era frontale ma non confuso. Quando avevo la tua età non avrei mai mancato un’elezione. Ora… Ci andrai, a votare, tu?”

Si. Lei ci andrà. Perché a trent’anni non si può buttare la spugna. Di già.

È il 1948 quando, pochi mesi dopo l’entrata in vigore delle Costituzione della Repubblica Italiana, Giovanni Guareschi riesce a sintetizzare con una forte e chiara immagine (un uomo nella cabina di voto e lo slogan Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!) lo scontro tra due ideologie contrapposte che si presentavano agli elettori. Con il risultato elettorale del 1948, segnato dall’indiscutibile vittoria della Democrazia Cristiana viene anche definito il sistema all’interno del quale si sarebbero da lì in poi scritte e svolte le vicende socio-politico-economiche dell’Italia per i decenni a venire: l’Occidente, con le sue libertà e i suoi valori. Lo stesso anno l’Italia riesce a partecipare alle Olimpiadi a Londra, unica tra i paesi aggressori della Seconda Guerra Mondiale (mentre l’allora Unione Sovietica rimane volontariamente assente). Con l’elezione del 1948, dunque, si riafferma non solo il muro invisibile tra est e ovest ma anche proprio la collocazione (strategica e anche rilevante) dell’Italia, e al tempo stessa la sua sovranità limitata perché qualsiasi tentativo di oltrepassare il confine (immaginario) doveva essere brutalmente e immediatamente fermato.

Oggi, nel 2018, settant’anni dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione, che democrazia è (diventata) quella italiana? E che ruolo riveste l’Italia nell’arena geopolitica?

Ci apprestiamo a votare a marzo.

– Con una Costituzione che, venuto a meno l’equilibrio della Prima Repubblica fondato sui partiti forti e radicati, necessiterebbe di correzioni atte a rinforzare la governabilità e arginare dunque quello che un largo consensus scholarum definisce come ‘eccesso di parlamentarismo’.

– Con partiti che si moltiplicano, si dividono, si riuniscono, muoiono e risorgono, cambiando il proprio nome e agende, priorità, alleanze e valori stessi (spesso senza cambiare i candidati, però).

– Senza alcuna evidente direzione di marcia, la quale appare invece essersi, da lungo tempo, persa in giochi partitici che altro non fanno se non vacillare la stessa forza del sistema democratico.

– Con innumerevoli leggi-burattino e progetti confusi, spesso privi di alcun punto di riferimento chiaro, così come riforme self-serving, cioè che servono ‘ai capi’.

– Con crescente malumore nei confronti dell’UE proprio quando gli occhi dell’UE ci sono puntati addosso (le nostre saranno le prime elezioni del 2018 significative per capire lo status del populismo, per lo meno nel sud europeo, e il grado di instabilità politica).

L’Italia ha chiuso l’anno 2017 contemplandosi allo specchio, in stile narcisistico; si è dimostrata incapace di guardare al là di se stessa. Ha avuto paura ad accogliere, legittimandolo, l’altro (ottocentomila bambini) che già è nei confini nazionali; e si è dimostrata incapace di ascoltare quel pezzo del ‘Bel Paese’ che vive fuori dai confini nazionali. A questo proposito, penso al caso delle dimissioni date poco prima di Natale dai dirigenti locali del Partito Democratico in Europa, segretari di Circoli e Federazioni, delegati in Assemblea estero, membri attivi di Comites e CGIE, che non si sentono ascoltati dal partito ‘nazionale’ nelle sue attuali forme.

Che fare? Interessante e stimolante è il blog di Lucia Annunziata (Huffington Post Italia, 01.01.2018). Contro la crisi democratica che dilaga e continua ad allargarsi infettando la qualità dell’azione legislativa e delegittimando le istituzioni, ci vuole rispetto, inclusione, capacità e volontà di cambiare. Ci vogliono programmi lungimiranti. Ci vuole molto coraggio: contro populismo, fascismo, fake news, eccesso di individualismo.

Vista al di fuori, l’Italia appare un Ottovolante, per usare le parole di Marco Damilano (Espresso 31 dicembre 2017). La tentazione di girare le spalle a quell’Ottovolante, per evitare di perdere l’equilibrio, è forte (anche) tra chi ha trovato all’estero sicurezza e stabilità. La voglia di non votare esiste, sorretta dalla sensazione che la politica abbia fallito. La chiamata a dimettersi dai panni di cittadini-elettori si fa sentire. Se non fosse per una consapevolezza: quella che solo la politica può gestire le frammentazioni del mondo moderno, compensare i divari che si sono acuiti, fronteggiare individualismo e liberismo economico senza limiti, accompagnarci verso il futuro, che come ha detto il presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno, è già qui.

Ovvio. La politica per come è ora è lontana. Il rapporto di vicinanza tra cittadini e i loro rappresentanti ha distanze quasi abissali. Ma come è possibile recuperare il senso più profondo della politica e del fare politica se si scende dall’Ottovolante?

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