Una mission per mio figlio bilingue

Al liceo, la persona che più mi terrorizzava era il professore d’inglese. Non le declinazioni in latino, ne l’ottativo greco, e nemmeno le equazioni di primo e secondo grado mi facevano passare notti insonni. Le verifiche d’inglese, quelle si. Ricordo quella volta che il professore dettava una storia che raccontava dell’erede al trono (heir) dai capelli (hair) color cenere che, riempiendosi i polmoni dell’aria (air) mattutina, osserva il sole che sorge (rises) da oriente e alza (raises) la mano per chiedere al vecchio saggio del problema che sorge (arises) nel determinare l’ora dell’alba. Il dettato, restituito, era colmo di errori, come un campo di pomodori maturi. Rosso. La mia ‘storia’ con l’inglese è stata anche piena di quegli errori che loro, i professori, chiamano false friends: tra tutti, preservatives (conservanti), eventually (alla fine), library (biblioteca), stamp (francobollo), cold (freddo).

Poi gli anni sono passati, uno si applica allo studio, va a vivere in Inghilterra e con un inglese. Certi errori rimangono, come la pronuncia dell’h, altri se ne vanno (raise or rise). Almeno così ci si convince; perché invece, proprio quando si crede di ‘masticare’ la lingua straniera, ci si rende conto che non è così.

Ieri sera my husband (mio marito) e mio figlio maggiore giocavano al gioco degli indovinelli. Iniziamo con domande facili, facilissime, si sono detti.

Quante zampe hanno le scimmie? Two (due).

Quante dita abbiamo in tutto? Eight (otto).

Io che sono quindici anni che parlo inglese; io che vivo con un anglofono; io che la gente dice ho perso un po’ della cadenza italiana; io solo ieri ho scoperto di non saper nulla della zoologia e anatomia umana, così come viene insegnata nella city. Invece lui, mio figlio, quattro anni e quattro mesi, sa già che le scimmie (nella lingua inglese), le monkeys, hanno due zampe e due braccia e che le persone di lingua anglofona si descrivono come aventi otto dita (fingers) e due pollici (thums). Mio figlio ancora sbaglia a declinare verbi e la –r non la pronuncia, ma ‘conosce’ la lingua inglese, con profondità che io non ho ancora raggiunto e forse mai raggiungerò.

Di recente mi è capitato di leggere con interesse la ricerca del Dank Sprognaevn, l’ente danese designato a decidere come si scrivano le parole nella lingua danese, appunto. Il Dank Sprognaevn ha rilevato non solo come un numero elevato di anglicismi venga, con crescente frequenza, inglobata nella lingua danese, ma anche come un numero crescente di parole o frasi inglesi sia usato nella lingua danese ma in contesti completamente diversi e con significati molto lontani da quelli con cui le stesse parole sono usate in Gran Bretagna. La diffusione della lingua inglese come lingua della comunicazione globale non è una novità, e non sorprende neppure la facilità con cui termini inglesi sono adottati e adattati in altre lingue (soprattutto termini del mondo del web, ma non solo). E se questa malleabilità e in qualche senso corruzione della lingua inglese preoccupa alcuni, potrà forse proprio la generazione dei nostri figli, quelli nati da relazioni interculturali, salvare la lingua inglese (così come la purezza delle altre)?

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